lunedì 13 febbraio 2012

36 e 37 etapas 114 km Tolhuin - Ushuaia "El fin del Mundo"



Colazione a La Panaderia con più paste, pasticcini, fette di torta, pizza.
Ho deciso di partire oggi.
Vado al supermarket a comprare qualcosa per il viaggio e un cane peloso mi accompagna, aspetta fuori dalla porta e quando esco rifacciamo la strada del ritorno insieme.
Che tipi i cani argentini l'ho già detto ma lo ribadisco.
Non ci possiamo lontanamente immaginare la vera personalità dei cani perchè da noi non sono liberi di farsi la propria vita. Vivono in casa o sono rinchiusi in 50 mq di giardino. Quando escono sono sempre al guinzaglio e l'effetto è quello di renderli frustrati, aggressivi, viziati.
Qui sono uno spettacolo a vedersi.
Sarebbe interessante realizzare un documentario sul cane. Il selvatico cane urbano.
Macchè cippi e ciappi, se gli tiri un pezzo di pane o un biscotto o qualche altra porcheria non la guardano neanche ma se ti scappa un sorriso diventi il loro uomo.
Si preparano le bici, ci vengono dati sacchetti pieni di dolci del giorno prima e pane a volontà.
Perchè a “La Union” si vendono solo dolci appena sfornati.
Foto di gruppo e partenza con strombazzammenti.
50 km per il Lago Escondido dove ci accamperemo per la notte.


Un cane ci accompagna, a turno gli si grida di tornare indietro, è pericoloso, lui accenna un ritorno ma non molla. L'unica è cercare di seminarlo. Funziona.
I due canadesi si fermano quasi subito e li perdiamo per sempre. Rimaniamo in sei. Si viaggia in scia. Non sono abituato a viaggiare in compagnia e lo trovo faticoso. La loro andatura è veloce e fanno pause ogni ora e mezza o due di marcia. Quando viaggio solo faccio pause ogni mezz'ora. Pause brevi a frequenti. Non riesco a trovare il ritmo, continuo a cambiarlo. Non mi trovo, non sono capace devo imparare.



La compagnia è piacevole, sono tutti simpatici e premurosi e mi sento da subito a mio agio.
Ci accampiamo sulla riva del lago ed in cerchio ognuno cucina per se. Bella serata. Peccato per una cover malfatta del più bel brano dei Metallica che irretisce Lorenzo.
Piove tutta notte con un forte vento per 10 secondi si e 10 secondi no. Per la prima volta in tenda fatico ad addormentarmi, sarà per l'avvicinarsi della fine del viaggio? Alle 6 sono già sveglio, non piove più, ci sono 7 gradi e il vento ha asciugato il terreno come se non piovesse da giorni. Secco.



Carico la bici, la ruota davanti è a terra. Il copertone non è responsabile, probabilmente quel colabrodo della camera d'aria non ha tenuto l'aumento del gonfiaggio per correre meglio sull'asfalto.
Il cerchione ha il foro piccolo per la valvola e la nuova camera d'aria ha la valvola grossa.
Chiedo conferma a Maurizio ciclo-meccanico di qualità. “La camera d'aria va bene basta togliere la guarnizione che riduce il foro. Se hai bisogno chiamami. La ruota è a posto. Mentre attendo che i compagni finiscano di fare colazione spingo a piedi la bici pronta alla partenza inseguendo il sole tra le nuvole.
Ci si divide in due gruppi chi farà il primo tratto per la strada nuova (asfaltata), il gruppo del quale faccio parte e chi per la vecchia (ripida e sterrata). Quando ci incontreremo al bivio conteremo 10,50 chilometri percorsi da chi ha preso la nuova e 3 chilometri da chi la vecchia. Mai lasciare la vecchia strada per la nuova.
Durante la pausa pranzo Michele raccoglie le impressioni su questa ultima giornata, sulla fine del viaggio. Nessuno sente la fine in maniera particolare, forse Michele si ma nessuno glielo ha domandato. Per terminare il viaggio ci sono ancora 25 chilometri e rifletto sulla domanda di Michele, rallento il passo, mi fermo, ritrovo il mio ritmo e perdo il gruppo. Comincio a sentirmi. Penso a fatti ed emozioni vissute, a come è stato un viaggio “perfetto” senza inconvenienti che non si siano automaticamente risolti. Alla solidarietà della gente incontrata. A come il viaggio mi abbia permesso di sentirmi migliore e migliorabile.
Spero che i miei nuovi compagni di pedalata non mi aspettino e non si preoccupino, fa un freddo cane e a stare fermi un freddo pinguino. Sono partito solo, ho viaggiato solo e sento il bisogno della continuità nel terminarlo solo.
Vado lento, mancano pochi chilometri, voglio gustare ogni pedalata che fa il suo giro.
Arrivo a Ushuaia,cerco di farmi qualche autoscatto ma fa troppo freddo a star fermi. Le foto non sono un granchè anzi sono proprio brutte. Pazienza, meglio vivi che con una bella foto al cimitero.



Entro all'Hostal Freestyle dove era diretto il gruppo. Sono al banco della reception. L'accoglienza è calda “ecco il sesto uomo! Pensavamo d'averti perso”.
Per perdermi bisogna prima trovarmi.
La camera condivisa è per sei persone. Lorenzo mi illustra la tariffa di 180 pesos per 2 giorni. “Direi che è perfetto!”
La sera si cucinerà nell'Hostal il cibo avanzato nel viaggio. Uniamo due tavoli per un risotto prelibato di alta cucina italiana. Durante la cena comunico che sono riuscito ad acquistare via web un biglietto sul loro volo. Entusiasmo generale. Martedì 14 alle 13.3 decolleremo tutti e sei con le nostre bici imballate in scatoloni alla volta di Buenos Aires. Domani sera però festeggeremo con cena a base di pesce al ristorante.
Questo viaggio in bici si è concluso.
I chilometri "pedalati" sono stati 2.632.



Ringrazio tutti quelli che hanno scritto sul blog dandomi energia e ricordandomi di non essere solo nei momenti difficili.

Ringrazio l'Erbolario di Lodi per avermi fornito tutto l'occorrente dalla protezione solare all l'igiene personale, più il preziosissimo giubbetto in pile che senza sarebbe stato un gran batter di denti e ad un contributo alle spese del viaggio, ma soprattutto per l'entusiasmo e il calore che mi hanno dimostrato.

Grazie a Cicli Scotti Crema per l'incoraggiamento, l'offerta di una bici con componentistica a scelta e senza limiti. Per lo specchietto, accessorio al quale non rinuncerò neanche per recarmi al lavoro, per i pattini dei freni che mi sono serviti e a tutta la cavetteria di scorta che per fortuna invece non è stata utilizzata.

Grazie al personale dello Sport Market di Lodi che è riuscito lottando senza resa a procurarmi attrezzature di non facile reperibilità. Depuratore per l'acqua, tenda e altri componenti particolari rivelatisi indispensabili.

Grazie ai veterinari Luca e Andrea per il loro benvolermene e la sparapunti di sutura.
Grazie a Silvana per il cuscino gonfiabile.
Grazie a Davide per gli occhiali antipolvere.
Grazie a Jacopo per essersi fatto vedere in Skype.
Grazie a Cosmo per i suoi “stai attento! testapelata”
Grazie a Don Peppino Bertoglio per l'amiciza.
Grazie alle mie due sostenitrici più presenti Emy e Anna Maria.
Grazie a tutte le persone di cuore che ho conosciuto in viaggio.
Grazie al sole e all'acqua.
Grazie all'Argentina e al Cile.
Familiari e compagni di lavoro li ho gà ringraziati in un post sul blog.

Se ho dimenticato qualcuno è perchè gli occhi si son fatti d'acqua.

Ciao e a presto
GRAZIE!

mario











domenica 12 febbraio 2012

35 etapa 110 km Rio Grande -Tolhuin



Non avendo vuotato le borse la partenza mattiniera è rapida.
Colazione a cappuccino, tiramisù e torta di mele.
A metà strada per Ushuaia c'è Tolhuin 110 km. Conto di arrivarci in 2 giorni. I primi chilometri sono di paesaggio desolato, si costeggia l'oceano atlantico ma la lieta sorpresa è che il vento è a favore. Forse arriverò a Tholuin in giornata. Il sole splende e a mezzogiorno si toccano i 27 gradi e io ho indosso l'abbigliamento per un range di -6/+6. Di cambiarmi non e ho voglia, slaccio tutto lo slacciabile in salita e mi riabbottono in discesa.
Vedo i guanachi i camelidi della Patagonia, simili ai Lama. Sono eleganti e agilissimi nonché molto diffidenti. Come tutti gli animali che ho incontrato, non appena ci si ferma si insospettiscono e alla vista della macchina fotografica si dileguano.
Un uccello rapace a bordo strada sta banchettando con la sua preda. Anche lui è un po' insospettito, ma non scappa, peccato che come fotografo lascio proprio a desiderare.
In vista due ciclisti, un polacco e un americana. Arrivano da Tholuin, dicono che hanno “alloggiato” alla Panaderia La Union, un posto meraviglioso oltre ogni aspettativa, si sta come a casa, e mi invitano ad andarci, ci sono anche tre italiani.
Arrivo a Tolhuin, 110 km in 6 ore. Entro nella “Paneaderia La Union” e al banco ordino un caffè, tre paste alla crema, 2 al cioccolato e 2 medialunas.
“Quanto vi devo?”
“Nada”
“Come niente?!?”
“Sei un ciclista? Vai a sederti non ci devi niente”
Incredulo vengo avvicinato in un momento di calma del locale, dal ragazzo che mi ha servito.
Se voglio fermarmi a Tolhuin, hanno una camerata a disposizione dei ciclisti con bagno e cucina. Ai cicloturisti offrono da mangiare e bere gratis. Dopo mi accompagnerà a vedere la struttura e se mi aggrada potrò fermarmi senza limite di tempo.
Il locale è strapieno, la ventina di tavoli sono tutti occupati con ricambio veloce e continua ad arrivare gente. Impressionante se si pensa che Tolhuin è un piccolo pueblo che però conta in tutto il circondario circa 5.000 abitanti. Al banco ci sono 4 ragazzi che servono i clienti, quando viene chiamato il loro numero, e nel laboratorio ho contato una decina di pasticceri. Tutti lavorano alacremente ma il clima è sereno, tranquillo senza facce scure. Infornano quantità incredibili di paste di ogni qualità e se ti soffermi un attimo in più a guardare un carrello di dolci, qualcuno ti invita ammiccando ad assaggiarne uno. Per me che sono un mangia briosh è un paradiso.
I ciclisti non ci sono, oggi sono al lago qui vicino per un giro in kajak. Ieri Emilio, il proprietario li ha portati alle terme, erano chiuse ma lui ha le chiavi.
Il primo ragazzo che conosco è Jorge, Catalano, mi porta lui a vedere dove si dorme, dov'è il bagno ecc. e mi indica dove posso parcheggiare la bici. E' in giro per la Patagonia con la sua ragazza russa, di Kiev, dove abitano. Studia lingue è si trasferito in Ucraina per imparare il russo. Dice che la vita lì è dura, i russi cercano di fregarti in ogni momento anche sulle cose più banali e insignificanti.
Arrivano i tre italiani, sono di Torino. Sono loro quelli che la signora di origini italiane tempo fa mi segnalò di avere visto a Caleta Tortel e che distavano dalla mia posizione 450 km circa.
Sono simpatici, padri di famiglia con prole, due di loro fanno i tinteggiatori e uno il meccanico ciclista che in viaggio è di un valore aggiunto non indifferente.
Il posto adibito a dormitorio è un ampio confortevole scantinato con finestre adibito normalmente a palestra.
Il clima che si respira è piacevole, rassicurante e irreale. Mi fermerò.
Chiedo maggiori informazioni a tutta questa disponibilità nei confronti dei ciclisti. Un vero perchè forse non c'è. Lorenzo, l'italiano più espansivo dice che Emilio è benestante, forse un fatto triste successo tempo fa lo ha toccato nell'animo e aiutare gli altri lo rende felice.
Poco distante c'è un monumento dedicato ad un medico argentino. Il primo medico al mondo ad effettuare un intervento di by-pass e morto suicida per non avere accettato compromessi politici e di conseguenza per non essere riuscito a ottenere finanziamenti governativi per la ricerca e l'esercizio di questa innovativa tecnica.
Tutti gli anni organizzano una gara in bici in sua memoria. La Rio Grande – Ushuaia.
Dalla tabella di marcia l'intenzione è quella di partire domattina con gli italiani. Però non so, forse mi fermerò un ancora un giorno. Vedremo.
La sera Emilio tira fuori due pesci di mare da 60 cm l'uno, credo siano robali, freschissimi. Alcuni ragazzi li preparano con patate e aromi e li infornano. Cena leggera. Deliziosi. Ieri sera c'era l'asado.



L'approvvigionatore di farina e ingredienti per il laboratorio è un simpatico ometto. Gli piace chiacchierare e si ferma spesso con piacere a raccontarci delle sue avventure in giro per l'america del sud a cavallo di un motorino 50cc. Argentina, Cile, Bolivia. Prendeva e partiva a 60 all'ora, vento permettendo. Il motorino ha un grosso adesivo sopra il faro con la scritta “Tolhuin”. Ogni tanto dal laboratorio lo interrompono chiamandolo perchè serve qualcosa ma lui nel bel mezzo del racconto fa cenno con la mano che possono aspettare. Non gli sono simpatici i cileni. Dice che quando l'Argentina era impegnata con la guerra per le Isole Malvinas (Falkland) i cileni volevano sfruttare la situazione per invadere la Patagonia. “Non è valido”, una guerra su due fronti non sarebbe stata possibile. Racconta anche che sul confine con il Cile una vasta zona è stata minata per proteggersi da una possibile invasione, e tuttora lo è.
Michele uno degli italiani conferma, ci sono passati vicino e hanno visto i cartelli di attenzione.
I ragazzi torinesi mi chiedono se durante la strada ho incontrato tizio o caio in bici.
I ragazzi in tandem, in viaggio di nozze avevano già rotto il telaio e se lo erano fatti spedire dall'europa. Quindi quando li ho conosciuti in panne era la seconda volta che si ritrovavano a piedi con lo stesso problema.
Anche i tre italiani hanno fatto il sentiero micidiale del Lago del Desierto e mentre me lo affermano alzano i pantaloni per mostrarmi le ferite.
Lo hanno fatto in due riprese, accampandosi a metà strada. Saggia decisione, a sapere com'era avrei fatto anch'io così.
Maurizio il meccanico di bici mi dà preziose opinioni su vari componenti della bici e riesce ad incuriosirmi descrivendomi il cambio Rolof. Essenziale, posto all'interno del mozzo della ruota, indistruttibile e senza manutenzione. La Rolof sponsorizza un cicloturista che ha percorso ad oggi con lo stesso cambio 600.000 chilometri.
Tutti vanno a letto e io fuori dalla Panaderia chiusa per potermi agganciare al wi-fi aggiorno il blog.
Domani se deciderò di partire anch'io saremo una colonna di otto bici.
Quattro italiani, due canadesi, un catalano e una ucraina.

sabato 11 febbraio 2012

34 etapa 0 km Rio Gallegos-Rio Grande



Colazione alla stazione di servizio che alle 8 è già operativa e ha anche il collegamento internet.
Un cavalcavia mi separa dalla stazione dei bus così non rischio di arrivare tardi.
La stazione è piena di gente in attesa. I bus sono il mezzo di trasporto per eccellenza.
Caricare la bici è semplicissimo, il bus è più datato e non ha il bagagliaio dedicato ma un unico grande scomparto e ha griglie metalliche che proteggono parabrezza e fari.
Vicino a me siede un ragazzo giapponese di Osaka. Simpatico, alla buona che come ogni giapponese che si rispetti fotografa tutto.



La prima frontiera del Cile ci costa 2 ore di sosta. Quella successiva con l'Argentina leggermente meno. Il controllo dei pulman alla frontiera è interminabile, con la bici ci avrei messo non più di 10 minuti.
Un po' di tempo lo perdiamo ad attraversare jn traghetto lo Stretto di Magellano ma ne vale la pena.
Il traghetto arranca a fatica coi motori al massimo, qui il mare non scherza.

3 giovani ragazzi argentini diretti a Ushuaia animano un po' il viaggio.
Uno di loro dice a tutti con orgoglio di avere origini italiane, suo nonno era di Pistoia. Uno dei tre tifa per il Milan, cerca di coinvolgermi in una discussione calcistica e mi dispiace deluderlo con la mia estrema ignoranza in merito. Sono interista “tanto per”, e rimasto fermo a Bordon, Canuti, Anastasi, Oriali, Altafini... tutti giocatori di 35 anni fa a lui 19enne sconosciuti.

Si arriva a Rio Grande i passeggeri si sono affiatati, tutti scendono per una pausa di 10 minuti e io a scaricare la bici.
Fanno cerchio e mi tempestano di tutte le domande che non mi hanno fatto durante la giornata non sapendo che viaggiavo in bici. I bambini più grandicelli fremono.
Sono le 19.00 e la priorità è quella di trovare un collegamento internet per comunicare con la famiglia.
Vado sul sicuro con una stazione di servizio.
La prima cosa che chiedo alla cassiera è “avete un collegamento wi-fi?”
La risposta è “Claro que si.”
Bene, ordino un panino e dell'acqua, accendo il pc ma il collegamento non va.
Quando mi porta il panino faccio notare che non funziona “forse ho sbagliato a digitare la password?”
“No, la password è giusta ma oggi internet non funziona.”
Mi alzo in piedi e con un tono di voce alto abbastanza perchè tutti sentano le faccio il riassunto di come sono andate le cose.
“Mi stai prendendo in giro? La prima cosa che ti ho chiesto è stata se avevate il wi-fi e tu mi hai risposto di si. Ma se internet non funziona avresti dovuto dirmelo. Avresti dovuto dirmi NO oggi non funziona. Me intiendes?” “La cosa che mi interessa è internet, il panino e l'acqua non sono importanti.”
Capisce tutto, dice che proverà subito a riavviare il router.
Dopo 1 minuto internet va. Finisco il panino vado alla cassa a ordinare il caffè. C'è un grande cartello che riporta “Promo 1 caffe grande + 2 medialunas 10 pesos”
Ottimo, prendo quello.
No, non è possibile perchè il caffè al quale si riferisce il cartello è quello del distributore automatico che però è rotto. Quindi la promozione non c'è.
Vorrei rompergli ancora le balle ma lascio perdere. Se la promo non c'è il cartello va tolto oppure includete un caffè con la macchina allo stesso prezzo anziché fare pagare il tutto 7 pesos in più.
Non ci ho dato dentro anche se la pedanteria è una delle mie specialità.
Ora non resta che trovare un alloggio. Giro un po' chiedo ad un uomo se può indicarmi un hotel. Mi dice di lasciare perdere gli hotel che sono cari e mi consiglia un hospedaje che costa poco, i gitani vanno tutti li.
Per curiosità provo a chiedere le tariffe ad un hotel. 380 pesos. Ringrazio ed esco. Sono fermo al semaforo rosso quando si riapre la porta dell'hotel e vengo raggiunto dal portiere. Non è la prima volta che abbassano il prezzo per non lasciarsi sfuggire un cliente.
Invece no, gentilissimo mi da le indicazioni per un hospedaie a buon mercato. Quello dei gitani.
La tariffa è bassa ma non bassissima come dovrebbe essere.
La signora della reception mi accompagna a vedere la camera.
La prima cosa che mi colpisce all'apertura della porta è la corrente di calore che mi inonda come
quelle ventate radioattive che nei film regalano sempre qualche superpotere.
In camera ci saranno 50 gradi. 2 stufe catalitiche sputano calore alla potenza massima. Se non altro la camera è sterilizzata. Sono stufe vecchie che dove non sono arrugginite sono state pitturate a pennello con dei fondi di barattolo di vernice. Cerca di abbassare la fiamma e non so come ma posso immaginarlo, il vetro di protezione cade all'interno del crogiolo.
In quella stanza non ricovererei neanche la bici così le dico “è perfetta! Muy bien”
Spiego che sono abituato a dormire al gelo in tenda e preferirei che venissero spente le stufe chiudendo magari anche la saracinesca del gas. Vedo già l'articolo sul giornale locale “Gitano morto nella notte per l'esalazione di una delle due stufette catalitiche presenti nella stanza. Avviata un'inchiesta per stabilire quale delle due”
Mi accontenta e si congeda. Anche se non se lo meriterebbe perchè durante il viaggio si è comportata benissimo porto la bici in stanza con me.
Non conosco definizione per descrivere la stanza. Ho la sensazione di trovarmi in una tazza del cesso ma color verde rame. Alzo le coperte per controllare le lenzuola del letto matrimoniale. Una parte è stroppicciata come se qualche gitano ci avesse già dormito. Sfodero il sacco a pelo e l'amuchina gel.
Punto la sveglia presto, per scaramanzia, nel caso dovessi addormentarmi.







venerdì 10 febbraio 2012

33 etapa 0 km El Calafate - Rio Gallegos

Rio Gallegos

Ho un ora prima della partenza del bus dalla stazione di El Calafate, faccio l'ultimo giro in città per un caffè e una medialuna.
In questa città non amano i ciclisti.
La corsia di marcia in un tratto è per metà allagata con una spanna d'acqua quindi la percorro stando in prossimità della mezzeria asciutta. Un auto che sopraggiunge mi suona ripetutamente facendomi segno di tenere la destra. Sorrido e agito la mano in segno di “se hai fretta sorpassa”.
In Patagonia dove regna la flemma questi comportamenti stridono.
Accosto per fare una foto alla coda di gente per lo sportello della banca e torno al terminal dei bus.

 La coda prosegue altrettanto lunga all'interno della banca

Quando l'autista mi vede con la bici comincia a scuotere la testa in segno di “no, non ci sta.”
Si gira a caricare dei bagagli e quando si volta mi vede in piedi a fianco della bici tutta smontata. Meravigliato scuote la testa come dire “si, se puede, se puede.”
La carica lui, non vuole che ci provi io, mica che gli spacchi il bus.
Ha modi gentili e quando i passeggeri sono ai loro posti lo vedo uscire dall'ufficio della compagnia e giocare per qualche secondo con un cane. Mi è gia simpatico.
Guida bene. Procede a velocità giusta, i giri del motore costanti.
Fuori città, strada dritta nel nulla quasi ferma il bus per delle buche che nessuno ha visto ne quasi sentito.
Siamo in buone mani.
A proposito di buche. In Argentina sia nelle città piccole che in quelle importanti anche turistiche bisogna prestare attenzione a dove si cammina.
Il manto dei marciapiedi non è mai uniforme e sembra che chi ci abita davanti ne abbia l'onere della costruzione e manutenzione. Ogni 10 metri cambia caratteristiche, qui è piastrellato, là è di cemento o con autobloccanti, presenta buche, leggeri sfasamenti di quota, scalini improvvisati, piastrelle sollevate, piccoli scivoli.
Basta distrarsi un attimo e si inciampa.
Arriveremo a Rio Gallegos alle 16.30.
I bus sono molto confortevoli. Hanno ampi sedili, poggigambe, bagno, acqua e caffè caldo alla spina gratis.
Al mio fianco non siede nessuno.
Durante il tragitto veniamo sottoposti a due controlli di polizia. Primo controllo dei documenti a campione, secondo controllo a tutti.
Il poliziotto ha con se una cartella con tutti i nostri nomi e generalità, confronta che i dati corrispondano e restituisce il documento.
Arriviamo in orario a Rio Gallegos.
E' una grande città molto estesa perchè quasi tutte le case, come ovunque, sono ad un piano.
Nelle città argentine le strade sono larghe, anche le secondarie e tranne qualche eccezione sono tutte a senso unico di marcia.
I pedoni dicono che il contro senso non vale per le bici, informazione verificata passando in più occasioni contromano davanti a poliziotti del traffico che non mi hanno redarguito.
L'automobilista invece suona e sgrida.
Trovare un alloggio non è semplice come nei piccoli centri.
Trovo hotel che hanno cambiato destinazione d'uso ma mantenuto l'insegna, hospedajes che non rispondono al campanello o il monumentale Hotel Patagonia quattro stelle dove una camera per una notte costa 536 pesos argentini (80 euro).
Trovo un hospedajes che non ha il campanello ma un minimarket annesso. La stanza c'è ed è orribile però pulita ed il prezzo è un quinto del'Hotel Patagonia.
Trovo poco distante un murales di una storia illustrata, peccato sia già buio, fotograferò come potrò.
Domani alle 9 ultimo tratto in bus Rio Gallegos – Rio Grande. 9 ore per effettuare 250 km. Dove sarà l'inghippo?

 una vignetta del murales (altezza 3 metri circa)

giovedì 9 febbraio 2012

32 etapa 30 km Hotel La Leona - El Calafate



10 km in 2 ore e sono a Hotel La Leona segnato sulla mappa con lo stesso simbolo del cerchietto usato per le piccole città o le estancias.
Appena in tempo per non prendere una grandinata.
Hotel de Campo La Leona riconosciuto come patrimonio storico e culturale della provincia di Santa Cruz.
Prende il nome dal fiume che le passa accanto “La Leona” nominato così perchè nei pressi del fiume l'esploratore Francisco Perito Moreno fu attaccato e ferito da un puma femmina, nel gergo patagonico “la leona”.
Nel gergo patagonico il puma maschio è detto puma non “leone”.
Nelle specie animali, uomo compreso, le femmine hanno quelle due o tre marce in più, inclusa quella di una maggiore aggressività utile per proteggere i piccoli e procacciargli il cibo necessario.
All'Hotel La Leona fecero una sosta tecnica di quasi un mese i leggendari fuorilegge Butch Cassidy e Sundance Kid dopo la rapina al Banco do Londra e Terapacà in Rio Gallegos e prima di proseguire la loro fuga verso il Cile.



Negli anni '20 fu usato come campo di concentramento durante gli scioperi dei “peones” i braccianti delle tenute patagoniche.
Una gran numero di scioperanti in maggioranza europei e cileni furono giustiziati sulla sponda del fiume senza alcun processo.
Sono seduto al tavolo davanti alla colazione e alla mappa.
Rifaccio i conti dei chilometri che mi separano da dove sono a Ushuaia.
Circa 1.000 km. Al ritmo di 50 km al giorno dandoci dentro fanno 20 giorni pieni senza riposi ne eventuali inconvenienti + un paio di giorni a Ushuaia + un paio di giorni a Buenos Aires fanno 24 giorni che non ho.
Dovrò effettuare degli spostamenti in bus.
Il gestore della Leona dice che ce n'è uno alle 13.30 e che carica anche le bici.
Alle 14 parlo con l'autista del bus diretto a El Calafate.
Mi dispiace, nel bagagliaio ci sono già 3 bici, una è gigantesca, non ho spazio.
Come gigantesca?
Mi guardo intorno e riconosco i due sposi tedeschi in viaggio col tandem.
Il fabbro di El Chalten è un fabbro artistico e voleva riparargliela effettuando delle modifiche troppo radicali.
Proveranno a El Calafate se il fabbro sarà più sobrio.
Decido di ordinare qualcosa per pranzo dopodichè mi avvierò in bici.
Entrano 2 autisti di bus fuori servizio amici dei gestori che si accomodano e ordinano empanadas.
I bus aspettano fuori con motori e fari accesi.
Mentre pranziamo il ragazzo dietro al banco chiede all'amico autista se non ha un posto per me e la mia bici sul suo bus.
L'autista mi guarda serio, guarda dalla finestra la bici e dice: “per la tua bici si, per te no”.
Finiamo di pranzare avvicino l'autista e gli chiedo se può darmi un passaggio. “Si, certo, ma la bici ci sta?” mostrandomi il bagagliaio vuoto.
Carichiamo la bici in 30 secondi e partiamo.
L'autista indossa occhiali scuri e guida in silenzio però è sveglio perchè ogni tanto si accende una sigaretta. Arriviamo al bivio per El Calafate e il bus comincia a scoppiettare e a dare leggeri strappi.
L'autista sembra non preoccuparsene più di tanto ma il bus perde sempre più colpi finchè alla fine si ferma a bordo strada. Non essendo medico ne meccanico azzardo: “alimentazione?”.
Annuisce, è finito il carburante.
Nooooooooo. “Sei rimasto senza benzina?. E ora?”
Ho gia inviato il messaggio di soccorso tra 3 ore saremo a El Calafate.
Penso che se avesse pranzato a motore spento non avremmo finito la benzina.
Se non ti offendi io procederi in bici. Sono 20 km. In tre o quattro ore dovrei arrivare. Arriveremo insieme. Non si offende, scarico la bici, “Adios Amigo”gli stringo la mano lasciandogli dei pesos per un paio di birre che non vorrebbe accettare.
Il bus rimasto senza benzina.
Patagonia Austral te amo!
Poco prima di arrivare a destinazione il bus mi supera clacsonando con le 4 frecce. Lo troverò in città fermo al distributore per il pieno.
El Calafate è una bellissima città turistica che mi innervosisce solo a vederla.
Negozi, caffetterie, ristoranti, alberghi, souvenir.
Vai a El Calafate, è un po' fuori strada ma vacci perchè merita è una bellissima città.
Ai due estremi del bello ci stanno le cose indiscutibilmente brutte e ineccepibilmente belle.
Tutto ciò che sta nel mezzo è relativo.
La sera davanti ad un caffè rifaccio tutti i conti con la mappa ma i numeri non sono cambiati.
Prenderò un bus per Rio Gallegos e un altro per Rio Grande, Tierra del Fuego e da lì 250 km in bici per Ushuaia.



mercoledì 8 febbraio 2012

31 etapa 106 km El Chalten - Hotel La Leona



La ragazza che serve le colazioni parla un corretto italiano.
Il suo cognome è Fava.
Il papà originario di Feltre – Belluno (come i due escursionisiti italiani incontrati a Puerto Guadal) accompagnava padre Agostini o qualche altro italiano famoso nelle spedizioni argentine sul Fitz Roy.
Esprime meraviglia per come abbia potuto ritagliarmi 50 giorni per questo viaggio.
Nell'esprimere il desiderio di potere realizzare i propri sogni si sente spesso “vorrei ma non posso”.
Tu come hai fatto?
Semplificando, sono circondato sia in famiglia che sul posto di lavoro da persone che mi vogliono bene e che si sono sobbarcati l'onere di fare fronte ai miei doveri per sapermi felice.
Grazie, non dimenticherò mai tutto quello che state facendo per me.
Parliamo di ecologia, politica, buon senso. Mi rassicura sentire che in un altro continente i punti di vista, le preoccupazioni e le speranze ci accomunano.
Chiedo informazioni sul tragitto. I prossimi 90 km con il vento a favore e poi sempre contro o di lato fino a Ushuaia. Mi restano pochi giorni per portare a termine il viaggio e da un calcolo approssimativo non basteranno. Dovrò portarmi avanti prendendo qualche bus.
Spesa alimentare cospicua nel market dai prezzi più convenienti e dalla cassiera più vipera di El Chalten.
Alla cassa non hanno sacchetti, solo scatoloni, sono attenti all'ecologia, i sacchetti sono vietati perchè siamo nel Parco Glaciar.
Si ma io sono in bicicletta, dove lo metto lo scatolone?
“Non è un mio problema, è un tuo problema”.
Va bene, condivido ma dovreste dare la possibilità di un'alternativa, come sacchetti di carta o di stoffa. Se ne va senza rispondere così esco con la spesa nello scatolone.
Vuoto le borse della bici, recupero dei sacchetti e stipo tutto quanto.
Durante la notte sono spariti i ganci elastici dalla bicicletta, ne acquisto altri.
Mi appresto alla sistemazione a colpi di filo di ferro dei portapacchi anteriori, ormai un rito quotidiano.
Mezzogiorno, pizza e poi partenza.
Si esce dalla città passando attraverso lo spazio lasciato per la strada da 2 montagne vicine e lo scenario cambia. Paesaggio quasi piatto, brullo. Molto simile ad una pampa fresca.
Non sono pronto al vento che sperona con violenza la bici sollevandomi per un orecchio per accompagnarmi controvoglia ostinata giù dalla strada. Freno con tutti i freni che ho e mi ritrovo per terra.
Le indicazioni sono correttissime 90 km di vento a favore e 26 contro per arrivare all'Hotel La Leona.
Mi accampo 10 km prima di arrivaci. Con il vento contro mi ci vorrebbe un ora e mezza che non ho.
Per il montaggio della tenda ho la possibilità di scelta di campo. Ghiaia o terra.
La ghiaia l'ho già provata proviamo la terra.
Il vento soffia a 30 km/h fissi più qualche raffica più intensa a intermittenza tanto per sradicarmi i picchetti che nella terra secca e polverosa non hanno una buona presa.
Cerco di collimare le sedi dove andrebbero i picchetti con i radi cespugliotti d'erba che con le loro radici offrono un'ottima presa. Per i restanti picchetti trovo con difficoltà delle grosse pietre che appoggio sopra.
La tenda dovrebbe tenere se il vento non aumenta. Ho sentito parlare di raffiche di 70 km/h. Speriamo non stasera ma nel caso ciò avvennisse la contromossa sarà quella di continuare a dormire fino a quel che resta dell'alba con la tenda come fosse una coperta.
Pane e salame bevendoci sopra caffè. La tenda scuffia ma tiene. Scrivendo col netbook mi accorgo di come la polvere va accumulandosi a vista d'occhio. Il vento sta riempiendomi la tenda.













30 etapa 37 km Lago del Desierto - El Chalten



Ha piovuto tutta la notte ma la mattina quando esco dalla tenda diluvia.
Tutti i campeggiatori dormono ancora nelle loro tendine. Preparo la colazione, caffè e pasta asciutta all'acqua e sale.
Il barco arriverà alle 11.00, sono le 7.00 c'è tempo.
Devo riparare un gancio di una borsa che si è rotta e sostituire i pattini dei freni posteriori, operazione che non ho mai fatto prima.
Leggo le isruzioni. Danni non ne posso fare, male che vada non freneranno proprio come ora. Riparato dall'acqua scrosciante da giacca e pantaloni impermeabili procedo con successo riparando borsa e freni.
Le scarpe dopo gli attraversamenti dei torrenti di ieri non si sono asciugate e con me ho solo queste a parte un paio di espadrillas e delle ciabatte di gomma infradito, gli scarponcini timberland invernali sono rimasti nella borsa della bici in un hotel di Buenos Aires.
Ognuno a smontato la propria tenda eccetto quella dei due ragazzi cileni carbonizzati dal tanto sole che hanno preso che a quanto pare non saliranno a bordo.
Vorrei andare a salutare i frontalieri che sanno di Aldo Fabrizi ma non c'è tempo.
Prendono posto a poppa 3 bici.
La mia, quella di una ragazza svedese e un tandem super tecnologico appartenente a una coppia tedesca in viaggio di nozze. Lo sposo è un po' triste e preoccupato perchè ieri senza apparente motivo si tranciato di netto il telaio. La sposa invece è comunque felice e lo riempie di tenere attenzioni.
Sbarchiamo, la meta per tutti è El Chalten. La ragazza svedese saluta e parte a razzo. La coppia tedesca trova un hombre disponibile a dargli un passaggio col proprio pick-up fino al fabbro di El Chalten. Il telaio è di alluminio insaldabile ma non disperate il fabbro è esperto in questo genere di riparazioni, apporrà delle modifiche e potrete ripartire prima che lo possiate immaginare.
Intanto che sono “a tetto” e aspetto l'ebollizione dell'acqua per un caffè caldo, cerco i guanti da sci e le ghette impermeabili. I piedi sono zuppi però proviamo a vedere lo stesso cosa succede.
Succede che dopo qualche pedalata le scarpe si scaldano e l'effetto pediluvio tiepido è piacevolissimmo.
Spuntino a metà strada con pane e dulce de leche che da quando sono in viaggio sto consumando in quantità sicuramente tossiche.
L'ultima salita a 37 km di strada dal Lago del Desierto mi affaccia alla vista di El Chalten.
Vorrei fare una foto ma il vento me lo impedisce dirigendo l'obbiettivo dove vuole lui.


 

Trovo una stanza per la notte in un bed & breakfast. Racconto del computer finito in acqua, mi procurano un phon e dopo mezz'ora di aria caliente provo ad accenderlo.
Si avvia ma lentamente, molto lentamente ...però non funziona la tastiera. Spengo e riasciugo col phon. All'accensione la tastiera va ma non funziona il pulsante del track-pad. Spengo e riasciugo fino a che non vengono riattivate tutte le funzioni. Ora è ok, funziona meglio di prima.
Ad un minimarket alternativo gestito da giovani rasta trovo il tabacco per sigarette.
Ne hanno di tutti i tipi e dagli aromi più vari, anche alla fragola.
Scelgo il meno “cannellato”, il Domingo, natural, sin aditivos, importato dal Belgio. Biondo, trinciato fine dal profumo tenue. Vedremo alla prova del fuoco.
Mentre scelgo il tabacco mi sento afferrare un braccio da uno dei due ragazzi cileni che non si sono imbarcati. Ma ciaooo, ma come fate ad essere qui? L'abbiamo fatta a piedi, abbiamo attraversato il bosco tenendo come riferimento il bordo del lago e arrivati al molo ci siamo fatti dare un passaggio fino qui. Sembriamo vecchi amici che si ritrovano dopo anni.
Capisco che il tabacco sfuso è un prodotto di elite quando lo pago l'equivalente di cinque pacchetti di sigarette. Manifesto un “me gustaria” una buona pizza e il reggae-man consiglia “La Cerveceria”.
Entro, non hanno il wi-fi e quindi esco.
Rientro, chissenefrega del wi-fi e prendo posto.
Bella musica. Molto gradevoli e interessanti alcuni brani di tango registrati in sala prove senza tagli a pause e commenti parlati.
Luce soffusa, si parla a bassa voce.
Il locale è quasi al completo.
Anche senza riferimenti capirei d'essere in Argentina, le persone sono gentili e sempre sorridenti.
Al mio fianco una coppia gioca a carte, nel tavolino d'angolo un ragazzo legge un libro.
Mi portano la lista. Una pizza margherita costa quanto il “Locro” la specialità della casa.
Proviamolo. Sfoglio uno spesso quadernone rivestito con tessuto di sacco di yuta con pensieri e disegni dei clienti anche di bambini.
Il locro per chi ne avrà occasione và provato.
E' una zuppa densa che dopo il primo cucchiaio vuoi solo che non finisca mai. La birra è artigianale e la fetta di torta di mele non sfigurerebbe se servita ad un pranzo nuziale.
Il locale è pieno una coppia in piedi aspetta che si liberi un tavolo, il mio.
Non mi tolgono lo sguardo di dosso scalpitando mentre assaporo lentamente la torta.
Appoggio la forchetta e gli dico che poi ordinerò un'altra fetta di torta prima di ordinare la pizza.
I loro sguardi vagano alla ricerca di un altro tavolo e io riaffondo soddisfatto la forchetta nella torta.




lunedì 6 febbraio 2012

29 etapa 39 km Villa O'Higgins - Laguna del Desierto


Colazione leggendo giornali italiani via web.
Alle 8.00 chiamano per confermare la partenza del ferry alle 9.00.
La bici è pronta, macino a vapore i miei 7 km e prendo il ferry con largo anticipo.
Il ferry è solo per passeggeri e ciclisti, non ci sono auto perchè una volta arrivati non c'è strada ma solo un sentiero.
A bordo trasmettono un documentario sulla colonizzazione della Patagonia mentre il personale serve caffè con biscotti e le onde vengono tagliate dal timoniere zigzagando con maestria.
Le 3 ore di navigazione passano veloci, tra pochi minuti il ferry farà il suo arrivo a Candelario Mancilla. Le borse sono state stivate e la bici è legata sul ponte di prua. Il comandante non può più giocare a non fare venire il mal di mare ai passeggeri, deve centrare il molo. Le onde vengono prese come viene e secchiate d'acqua si riversano sull'addetto a preparare le cime e sulla mia bici ma soprattutto sulla tenda e sul sacco a pelo legati al portapacchi senza protezione waterproof.
Speriamo esca il sole.
Un gruppo di carabineros in piedi sul molo sembra stiano aspettando qualcuno con espressioni soddisfatte di chi dopo una lunga caccia ora sa che non scappa più.
Una ruota di un trattore con rimorchio fa da ottimo sostegno per il rimontaggio delle borse.
Vengo circondato dai carabineros con sottobraccio il pacco che stavano aspettando.
Il subofficial mi domanda per quanti gradi è il sacco a pelo.
+3 però come temperatura estrema -11.
Annuisce, dovrebbe bastare.
Guarda la bici e mi fa segno che per alcuni tratti del “camino” me la dovrò caricare in spalla.
In spalla! Impensabile pesa più di 50 kg.
Allora ribatte che dovrò smontare le borse e portare avanti prima loro e poi la bici in spalla.
Ma ce l'hanno con me? Perchè stanno tutti qui intorno a fare domande?
Come un lampo capisco che il trattore è il loro mezzo di trasporto e finchè non sposto la bici non potranno partire.
La appoggio subito contro un muretto e mi salutano scomparendo dopo la prima curva della mulattiera. Cavolo il sentiero non è un sentiero è una mulattiera.


Farla pedalando è impossibile, sono troppo carico. Spingo a piedi. Dopo 2 curve appoggio la bici a terra e salgo a piedi senza bici saltellando come un grillo sui sassi tanto per provare com'è. Bellissimo.
Sono le 13 e 30 km mi separano dal ferry delle 18.00 per la traversata del Lago del Desierto.
5 ore non basteranno, ce ne vorranno15, 3 giorni.
Non precipito le cose e avanzo, lentamente ma avanzo.
Penso agli alpini in guerra con pezzi di artiglieria pesante sulle spalle da portare in cima alle alpi.
Un po' sognando e un po' maledicendo il giorno spingo la bici a braccia tese per 5 chilometri dove la mulattiera diventa inaspettatamente sentiero. Lo sapevo, lo sapevo mai disperare. Se i chilometri che mancano saranno tutti così mi toccherà aspettare il ferry sorseggiando caffè sdraiato sull'erba.
Mentre pensieri positivi si sono impossessati di me eccoli apparire. Sono 3, giovanissimi e svizzerissimi.
Durante il discorso a quattro la ragazza mi porge per la seconda volta la stessa domanda: “Ma non bisogna scendere dalla bici vero?”
A dire la verità non saprei, io non ci sono neanche salito sulla bici però per me era salita e per voi discesa. Credo che andando piano piano facendo discesa da trial si possa restare in sella.
Tira un sospiro di sollievo che mi allarma su quello che sarà il mio percorso restante.
Il sentiero è tanto difficile quanto meraviglioso. A volte si arriva ad un bivio dove la strada da non prendere e segnalata da 2 grossi rami incrociati in mezzeria.
I ponti sui torrenti sono tronchi larghi una scarpa buttati lì.
A volte il sentiero diventa 3 sentieri, tutti portano a Roma dipende qual'è la tua specialità. Arrampicarti su una scala di terra e radici? Divincolarti tra sterpi spinosi e intreccio di rami? Affondare fino alle caviglie nel fango?
La velocità qui non conta, il computerino è fisso sull'orario.
Quello che conta ogni pochi metri è come risolvere un problema sempre diverso e dove trovare la forza fisica per mettere in atto la soluzione, dopodichè si passa al prossimo.



Cado nelle spine con addosso la bici. Non so se ridere o piangere. Non riesco a togliermela di dosso perchè più faccio forza e più le spine affondano.
Le braccia e le mani non hanno più forza. Sono stanco, non ho fatto pause, solo qualche veloce spuntino marciando.
Ogni tanto penso di essermi perso nel bosco ma trovo conferma dalle orme di pneumatici di bicicletta di chi mi ha preceduto.
Il freno dietro stride ma non frena. Pulisco il cerchio e il pattino dalla terra e noto che i pattini non ci sono più. Finiti.
Ho solo i freni davanti e nelle ripidissime discese a mano non è bello e nemmeno sufficiente.
In salita spingo e in discesa tiro mentre i pedali ogni tanto fanno vedere le stelle a stinchi e caviglie.
Porcabigia... ecco il lago, lo intravedo tra i fogliami, è vicino, devo affrettarmi.
Il sentiero diventa una specie di fossato largo una quarantina di centimetri variabili.Ora si allarga leggermente e ora si stringe quanto basta per permmettere alle borse anteriori, più basse delle posteriori di incastrarsi di colpo impedendone l'avanzamento.
Le smonto e le fisso dietro con gli elastici.
Le borse non toccano più ma spesso a causa del peso tutto concentrato dietro la bici s'inpenna e il solo freno funzionante è quello davanti. Ora so cosa vuole dire fatica e resistenza ad altranza.
Eccomi davanti al rebus irrisolto del penultimo torrente. Letto largo, profondo sotto le ginocchia, attraversato da un ponte di tronchi non fissati tra di loro che neanche a piedi col salvagente ci salirei.
La fretta di arrivare disturba il pensiero, perdo l'equilibrio, finisco in acqua e la bici con me. La riafferro la porto in secca ma una borsa a bevuto. Bevuto parecchio. Le borse sono validissime, sono contento di loro, hanno una buona tenuta contro la pioggia più scrosciante ma non
contro le immersioni.
La borsa che è andata sotto è quella che contiene il computer.
Il lago è sempre più vicino, ci sono. L'ultimo torrente è come se neanche esistesse lo attraverso deciso bagnandomi scarpe e pantaloni perchè voglio salire su quel traghetto. Arrivo al molo ma il ferry è già un puntino lontano.
Vedo il posto di frontiera argentino, entro a farmi fare il timbro di ingresso e chiedo se con la radio non possono avvisare il comandante del ferry di tornare indietro.

la frontiera argentina

I due militari mi dicono che domani ce ne sarà uno alle 11.00, li c'è tutta la riva del lago a disposizione dei campeggiatori, è uscito un bel sole e di godermela. Monto la tenda poco distante da altre tende di ciclisti e trekman che saliranno sul traghetto domani.



Si sta proprio bene. Tiro fuori il computer e lo apro al sole, tolgo la batteria. Proverò ad accenderlo solo quando sarà completamente asciutto.
Non allarmatevi questo dovrebbe essere stato l'unico percorso estremo di tutto il viaggio.

28 etapa 40 Km - Villa O'Higgins



Ieri ho incontrato un tedesco e un francese in bicicletta che provenivano dalla parte opposta.
Il tedesco tutto sudato all'inverosimile precede il francese di una decina di minuti.
Dice che a 40 km da dove siamo c'è una casa.
Ah bene, e si possono comprare generi alimentari?
Risponde che no, è una casa.
Ah, abitata?
No.
Mah. Forse era aperta e hanno dormito li. Vai a sapere.
Comunque mi accampo per caso poco prima di quella casa che forse è un rifugio.
Piove tutta notte e al mattino è ancora acqua.
Lessi di qualcuno che sotto la pioggia disse “meno male che l'uomo non è di zucchero”.
Sono impermeabilizzato da capo a caviglie, dopo un ora mi fermo sotto una pianta per sgranocchiare qualcosa. Quando muovo i piedi all'interno delle scarpe si sente s-cifete e s-ciafete.
Sembra che un sistema sosfisticato di canaline abbia convogliato nelle scarpe tutta l'acqua che non ho preso. Le ghette impermeabili sono nella borsa, asciutte, ormai inutile indossarle.
Incredibile! Arriva una moto e si ferma. E' sempre lei la svizzera in bmw.
Dice che mi trova ingrassato e ride. Le racconto di Leonel e nonno Elanio. Non hanno voluto soldi così ho pensato di lasciargli tutto il pacchetto di sigarette, molto gradite.
Mi offre una Lucky Strigt ma arrivato a metà fumata è spenta e zuppa.
La ripongo accuratamente nella borsa, la farò asciugare quando uscirà il sole.
I suoi compagni motociclisti la raggiungeranno dopo, si sono fermati a fare asciugare gli stivali sulla stufa.
A Villa O'Higgins hanno alloggiato all'Hostal “Il Mosco”.
Molto bello e pulito, con internet, gestori europei, uno spagnolo di Santiago de Compostela e una ragazza francese. Un po' caro ma si sta bene.
Mi racconta dello sfinimento del viaggio in Cargo partito da Amburgo.
Ha approdato a Londra, Francia, Portogallo, Costa d'Avorio, Paraguay, Brasile con arrivo a Buenos Aires. A capodanno erano in Paraguay.
Finchè si navigava ok ma quando si doveva attraccare in qualche porto non passava più.
La nave veniva tenuta in attesa ore e ore prima dell'ok dal porto e quando si mettevano i piedi a terra si era al porto mercantile distante chilometri dalla città.
Tra la trentina di passeggeri ha fatto amicizia con marito e moglie italiani.
Per il resto erano tedeschi anziani antipatici che si lamentavano di tutto e sempre.
Ognuno aveva la sua cuccetta con oblò e doveva pensare alla sua pulizia.
Si mangiava con l'equipaggio per lo più composto da asiatici. Il cibo non male e vario.
Stiamo grondando acqua non curanti quando veniamo raggiunti dai suoi amici.
Sono diretti a Nord e io a Sud.
Ci stringiamo le mani augurandoci “che ci vada bene” e l'ultimo sguardo è quello che sarà l'ultimo.
Villa O'Higgins è amore a prima vista. Il sole forte ne sarà complice.



Al Mosco trovo un alloggio, è caro ma non carissimo, "El Espanol" Jorge mi fa lo sconto, 35 euro anziché 50.
Noto che sta fumando una sigaretta fatta a mano.
“Dove hai preso il tabacco?”
Sorride e dice che se lo fa mandare dalla Spagna, però forse a El Chalten potrei trovarlo, hanno 2 marche una più cattiva dell'altra.
Quelloche fuma lui e anche il mio: “il Pueblo”
Lavo tutto il lavabile perchè il forte vento asciuga tutto in pochi minuti, anche le scarpe.



Acquisto i biglietti per i 2 ferri.
Il primo è a 7 km da lì e partirà alle 8.00. Il secondo ferry è a trenta chilometri di sentiero, il biglietto è aperto, senza data perchè il tempo per percorrerlo è molto variabile a seconda delle condizioni meteo e delle capacità personali.
Sono le 15.00, in un ristorante c'è gente e mi accomodo anch'io.
La lista non esiste oggi c'è pollo con patate e pomodori. Muy bien.
Vengo servito alle 17.00 così ne approffitto per scrivere e scolarmi 2 birre Crystal solo quando riesco a capire che si aprono senza cavatappi svitando il tappo.
Mitigo i fumi alcolici accompagnando la birra con grandi quantità di pane imburrato che provvedono tempestivamente a portare non appena finisce.
Giro tutto il pueblo, scatto qualche foto, faccio la spesa e torno a “El Mosco” a piantare la tenda per finta perchè asciughi.
La sala comune del Hostal è veramente confortevole. Tutta in legno con stufa accesa mi accomodo ad un tavolo e aggiorno il blog preparandomi caffè a raffica con biscotti uno dietro l'altro.
Lo spagnolo si siede al mio tavolo e mi guarda con aria di chi non sa come affrontare un argomento.
Lo hanno chiamato quelli del Barco. Il ferry non è confermato a causa del cattivo tempo previsto.
Domani mattina lo chiameranno alle 8 meno un quarto per dirgli se partirà o meno.
Ma io sette chilometri in bici in 15 minuti non so se riuscirò a farli, anzi non credo proprio.
Mi dice di non preoccuparmi, hanno la lista passeggeri, sanno che sono in bici e mi aspetteranno.
Te adoro Patagonia!
Finisco di aggiornare il blog quando tutti ormai dormono, preparo tutte le borse con il casco in testa dopo la seconda testata contro il soffitto mansardato, esco al vento a fumare una sigaretta storta e mi infilo a letto. Sono le 3.00, punto la sveglia alle 6.30 e spengo la luce.


sabato 4 febbraio 2012

27 etapa 72 Km. Puerto Yungay - verso Villa O'Higgins



Dopo essere stato affiancato e superato dai miei amici in moto, arrivo al porticciolo di Puerto Yagan che sono le 9.00.
Scesi dalle moto sono seduti contro il muro di un minimercado.
“Ciao, come si fa il ticket?”.
“Ci siamo informati, il ticket non si fa il ferry è gratis”
Spingo la porta del minimarket ma non si apre.
Riparo gli occhi dai riflessi sulla vetrina per riuscire a vedere dentro.
“E' chiuso, oggi non apre”
“Come non apre?”
“Ci siamo informati, il titolare è andato a Cochrane per fare rifornimenti.”
L'unico minimercado è chiuso.
Villa O'Higgins è a 100 km, un giorno e mezzo di strada, morirò di fame prima di arrivarci.
Faccio l'inventario mentale di quello che c'è di commestibile nelle borse.
Una busta “zuppa liofilizzata del casale”, un rimasuglio del dulce de membrillo, una busta di pasta, delle bustine di tè e yerba mate.
Non morirò di fame ma se non voglio perdere peso e volare via con il primo soffio di vento devo trovare altro combustibile.
Mi dirigo da un gruppetto di quattro persone che stanno conversando.
Si, è l'unico minimercado di Puerto Yagan.
Mi vien voglia di forzare la serratura, vuotarlo di quel che resta e dargli fuoco chiudendo la porta.
Finisco di spiegare la situazione concludendo che molto probabilmente morirò di fame per strada.
Mi consigliano di andare sul ferry e di chiedere al personale può essere che abbiano qualcosa da vendermi.
Ci vado ma non hanno niente per me.
Torno dalla combriccola che mi invita a chiedere al bus dell'esercito parcheggiato più avanti che sta aspettando di imbarcarsi.
Figaro no, l'esercito mi sembra eccessivo.
Uno dei quattro durante il colloquio continua a ripetere: “no, prueva” “no no, prueva”.
Alla fine mi accompagnano loro.
Il capo banda sale sul bus e scende con una borsa termica dalla quale toglie un pezzo di arrosto di un paio di chili. Ne taglia una fettina sottile e me la porge d'assaggio.
Buonissima! Me ne taglia un pezzo da 2 etti e me la mette in un sacchetto con 2 panini.
Quanto devo? Nada.
La voce nel frattempo si è sparsa. Un italiano in bici morirà di fame.
Si avvicina una vecchietta molto a modo e comincia a scrutare la bicicletta. Sta cercando qualcosa che non riesce a trovare.
“Il motore, dov'è il motore?”
Il motore non c'è rispondo, è una bici senza motore.
Si allarma, non ci crede che possa avere fatto tanta strada col solo uso delle gambe.
Lei e altre 3 amiche hanno affittato un piccolo pulmino col quale farsi scorrazzare su e giù per la Patagonia. Chiama l'autista del pulmino e gli chiede di caricarmi con la mia bici e di darmi un passaggio a Villa O'Higgins.
L'autista le risponde che la bici non ci sta ma lei insiste e misura a spanne la bici e l'ingombro del bagagliaio chiedendomi se si possono togliere le borse e la ruota.
Mentre sta prendendo le misure l'autista mi si avvicina e mi dice che non può accopagnarmi perchè il viaggio prevede solo loro come passeggeri e se dovesse succedere qualcosa l'assicurazione non risponderebbe e sarebbero grane.
Grazie ma io non ho intenzione di salire su un pulmino così convinco la premurosa e preoccupata signora che la bici non ci sta.
Allora vai a domandare ai militari se ti portano con loro.
Ho già chiesto ma non vanno a O'Higgins, vanno in una città dalla parte opposta.
Non fa niente vai a chiedere lo stesso, i militari sono brave persone e possono trovarti una soluzione. Se ne vedono così pochi di italiani in Cile che sarebbe un peccato.
Nel frattempo arriva l'autista con un sacchettino per me contenente mezza confezione grande di wafers alla fragola, una busta di marmellata di more già aperta ma con quasi tutto il contenuto, 150 grammi di formaggio e 3 mele verdi.
Ringrazio di cuore e l'autista fa il gesto di sbrigarmi a mettere il sacchetto nella borsa, come se l'avesse rubato.
Si sale sul traghetto ormai la notizia è di dominio pubblico e forse domani la pubblicheranno su qualche giornale locale.
I motociclisti fanno gli offesi. “Ma perchè non l'hai chiesto a noi?”
Perchè anche voi siete in viaggio, avrete fatto i vostri conti e portato il cibo strettamente necessario.
Ma no, siamo in moto. In 3 ore saremo a O'Higgins compreremo li quello che ci serve.
Mi danno un sacchetto con 3 mele verdi, 100 grammi di fichi secchi, 100 grammi di noci sgusciate, un pacchetto di biscotti al cioccolato e un pacchetto quasi nuovo di sigarette.
Se il minimercado fosse stato aperto non avrei acquistato tanto cibo.
Si sbarca dall'altro lato del lago ci si saluta e via.
10 km e incontro un giovane e un vecchio che camminano con stivali di gomma, 2 buoi che li precedono e un cane al seguito. Il giovane porta in spalla una motosega e il vecchio un assicella lunga almeno 4 metri.
Saluto e chiedo se non hanno del pane da vendermi.
Il giovane non si aspettava la domanda e il vecchio gli chiede cosa ho detto non perchè non ha capito ma perchè vuole conferma di avere capito giusto.
Il giovane non si sbilancia e il vecchio tace e guarda per terra mentre cammina, ad un tratto alza la testa di scatto e mostrandomi quattro dita dice: “quatros pan”.
Vanno benissimo, scendo dalla bici e proseguo con loro a piedi. Dopo un chilometro chiedo quanto dista l'estancia. “80 chilometri, Higgins dista 80 chilometri”
Non riformulo la domanda ma prendo una sigaretta dal pacchetto e ne offro una anche a loro.
Il ragazzo esclama un “Bueno” che potrebbe essere l'esclamazione di quando si prende un terno al lotto e il nonno afferra la sigaretta ringraziando con un gesto del capo.
Dopo tre chilometri siamo quasi arrivati perchè il nonno grida qualcosa ai buoi e li vedo entrare in un campo.
Siamo arrivati, mi invitano ad entrare e a sedere vicino alla stufa cucina. Il nonno prende una bacinella e mi fa vedere i quattro panini del giorno prima e poi esce.
Il nipote, Leonel agita la testa dice che il pane è poco ma che adesso ne farà di nuovo.
Occorrerà un'ora.
Mi dispiace lo ringrazio tanto ma non posso fermarmi un ora devo partire subito se voglio arrivare.
Rettifica a mezz'ora il tempo di attesa facendomi capire che sono un ospite gradito.
Accetto l'invito e accende il fuoco.




In Patagonia chi va di fretta è solo chi sta scappando me lo devo ricordare insieme al detto che “la fretta è la migliore maniera per non arrivare.”
Non ho il tempo di descrivere ora nei minimi particolari tutto il tempo passato con Leonel e suo nonno Elanio.
Posso anticipare che queste due ore trascorse con loro bastano e avanzano per dare un senso a tutto il viaggio.

















Visualizza argentina effettivo in una mappa di dimensioni maggiori

26 etapa 90 Km. quasi a Puerto Yungay



Bella giornata, bella strada bei paesaggi. Faccio sosta per uno spuntino e sigaretta.
Arrivano tre motociclisti, salutano e uno di loro si ferma.
E' una ragazza svizzera a bordo di una Bmw. Mi dice che c'è un cicloturista a due ore da me.
Gli piace chiacchierare, è arrivata a Buenos Aires su una nave cargo, proprio il mezzo che avevo valutato anch'io e che non ho preso perchè della durata di più di un mese.
La sua nave ci ha messo 40 giorni.
Prima di salutarci mi indica il mozzicone di sigaretta che ho tra le dita: “E' la prima volta che vedo un ciclista fumare.”
“Si, ma io non sono un ciclista, sono una persona normale che viaggia in bici”.
Andranno a Caleta Tortel che è fuoristrada di una ventina di chilometri da Puerto Yungay , io non so, quando sarò al bivio deciderò.
Eccomi al bivio Caleta Tortel 22 km, Puerto Yungay 30.
C'è anche un cartello con gli orari del ferry. Tutti i giorni ore 10.00 – 12.00 e 18.00.


 Via per Puerto Yungay sono le 18.30 e se sono fortunato sul percorso che rimane potrei arrivarci entro sera così domani sono già li.
Sono sfortunatissimo non sarò a Puerto Yungay stasera ma il paesaggio è strepitoso, da fare accapponare la pelle.
Le montagne si avvicinano sempre più, la strada si fa stretta e tortuosa. In auto non la percorrerei neanche se fosse l'unica strada del mondo. Non ci sono paracarri, ogni tanto c'è un cedimento che sembra un morso dato alla strada, da dove si intravede meglio lo strapiombo stretto e profondo.
Da un rapido calcolo delle probabilità decido di procedere attaccato alla parete della montagna nonostante i ripetuti cartelli “caduta massi”.
In fondo al precipizio corre un fiume e le montagne colano letteralmente acqua da tutti i pori.
C'è poca luce, il cielo è nuvoloso non c'è spazio per accamparsi, forse in piedi nel sacco a pelo affrancandosi alle rocce con gli elastici da bagaglio e con il casco in testa.
Ogni spiazzo che incontro è allagato con non mmeno di 10 centimetri d'acqua.
Non si vede anima viva ormai da ore, non un auto, una moto, una bici, nada de nada.
L'atmosfera è da Carpazi in Transilvania non mi stupirei venissi superato dalla carrozza sbandante, con la ruota posteriore sinistra che ogni tanto va giù di strada, tirata da cavalli neri impazziti dagli occhi rossi, con un fantasma in cassetta con la frusta e il Conte Dracula in persona in vettura.
Non ho più tempo, mi serve un posto per la tenda. Trovo un'ampio spiazzo a ghiaietto apparentemente asciutto. Perfetto. Il ghiaietto non tiene i picchetti così li fisso appoggiandoci sopra dei massi giganteschi.
Trascorro la notte più umida e fredda della mia vita, è stato come dormire sulla tomba bagnata del Conte.

 l'inizio del cammino che mi porterà ai Carpazi

25 etapa 24 Km. Cochrane - verso Puerto Yungay


La mattina va persa tra aggiornamento del blog, spesa alimentare, ricerca di pezzi di ricambio , manutenzione bici e visto che abbiamo fatto trenta facciamo trentuno davanti ad un piattone di fettuccine funghi e pomodoro. Io li volevo solo al pomodoro ma il cameriere ha insistito tanto per metterci anche i funghi.
In piazza c'è una manifestazione con concertino. Sono della chiesa cattolica e c'è anche un gruppo scout.
Mi avvicino, scatto qualche foto e subito vengo accalappiato da un seguace convinto che comincia a parlarmi in suo aiuto un'altra persona, più autorevole che inizia a parlarmi nell'orecchio sinistro. Dice che Dio è ovunque mentre dall'orecchio destro giunge in stereofonia “Alleluja”.
Dal destro: "e... quando avrò bisogno dovrò solo chiedere". Sinistro... “Alleluja.”
"...e lui arriverà" ... “Alleluja”.
Buono a sapersi, proverò.




La giornata è ormai andata però parto lo stesso con l'intento di avere meno chilometri domani per raggiungere Porto Yungay dove mi aspetta il ferry.
Dopo 10 km sono già perso nella natura a scattare fotografie quando eccoli in discesa sparati 2 cicloturisti in arancione.
Si, olandesi che sono in giro da qualche mese. Sono diretti forse in Perù se gli basteranno i soldi.
La ragazza mi chiede quanto manca a Cochrane. A sentirmi dire 10 km si trattiene dall'esultare e chiede se c'è qualche passo da superare perchè lo sa che se non ci sono passi ci vorra poco più di una mezzoretta, se c'è un passo tosto anche 2 ore. No, 10 km tutti in discesa. Non vorrei essere al suo posto se gli basteranno i soldi e dovrà vedersela con le ande peruviane.



Trovo un bel pascolo vicino ad un torrente e decido di montare qui la tenda, col sole che ancora brilla.